RAMÓN ÁNGEL DÍAZ, LA COSTRUZIONE DI UN GOLEADOR

A un giorno dalla sfida contro la Fiorentina ripercorriamo la carriera dell'argentino

MILANO - "Un uomo gradatamente si identifica con la forma del proprio destino". Se è vero quel che la penna di Jorge Luis Borges impresse nelle pagine più sognanti della letteratura latinoamericana, Ramón Ángel Díaz ha saputo plasmare come pochi le parole dello scrittore argentino attorno al tornio del proprio destino, decisamente poco regolare e ovvio nel rivelarsi. Un uomo tanto spigoloso (leggendarie le freddure, rivolte agli storici rivali del Boca Juniors, che hanno accompagnato per anni il Superclásico di Buenos Aires) quanto in sintonia con l'essenzialità del centravanti d'area. Rapido, caparbio nel calamitare la palla e prendersi quanto i duri difensori della Serie A anni '80 volevano negargli, con quell'istinto che caratterizzava i "9" vecchia scuola, quale era il Pelado (nomignolo che suo fratello Julio César gli aveva affibbiato).

Una vita praticamente spesa a rincorrere e mettere la freccia, tentando il sorpasso. I primi nel mirino furono Ángel Labruna e Diego Armando Maradona. Staccò il primo, di cui era stato allievo durante gli inizi di carriera al River Plate, quanto a titoli vinti da calciatore coi Millonarios (7 contro 6), e insieme al secondo piegò l'URSS in finale del Mondiale U20 1979, rimontando l'iniziale svantaggio e conquistando la Scarpa d'Oro del torneo (al Pibe de Oro andò il premio come miglior giocatore). Da lì a poco, Ramón volò in Italia per indossare la maglia azzurra del Napoli. Il suo carattere schivo mal si sposò con un ambiente così passionale e poco incline ad accettare una stagione storta come quella 1982/83. Quando gli rimproverarono di avere scarso mordente e un gioco aereo inadeguato per il ruolo occupato, rispose: "La testa non è importante, la testa serve per giocare". Per scrollarsi di dosso l'etichetta di "puntero triste" ripartì da Avellino, sulle orme di Juary, appena passato all'Inter. Fu, però, la Fiorentina ad addolcire la sua nostalgia, grazie anche alla vicinanza di un numero dieci che di argentino aveva tutto tranne i natali: Roberto Baggio. I due trascorsero un biennio in maglia viola, impreziosendo una rosa non troppo competitiva, ma senza mai arricchire la bacheca di trofei. Eppure, in una miscela unica di classe e scaltrezza, si presero soddisfazioni personali incredibili, come quella di piegare, sempre in trasferta, sia il Milan di Sacchi che la Juventus di Cabrini, Laudrup e Scirea.

Un biglietto da visita niente male per chi, nel 1988, si legò ai nerazzurri, attraverso l'ennesimo coup de théâtre che lo vide protagonista. Il presidente Ernesto Pellegrini sognava di regalare a Giovanni Trapattoni l'algerino Rabah Madjer, ma questi non ottenne, a causa di una lesione muscolare, il via libera dai dottori. La società milanese decise così di chiedere in prestito il sudamericano, suscitando non poche perplessità fra i tifosi e gli addetti ai lavori. I risultati, però, pagarono la scelta e restituirono a Díaz la forma a lungo inseguita. Trapattoni cucì addosso al chico di La Rioja il vestito perfetto quale spalla di Aldo Serena, per quella che fu ribattezzata "l'Inter dei Record": 58 punti in 34 incontri e tricolore 1988/89. Per Ramón il campionato si chiuse con un bottino di 12 reti e altrettanti assist. Segnò di testa, dal dischetto (in Coppa Italia e in Coppa UEFA), con entrambi i piedi (anche se il sinistro restava il preferito), di forza e di giustezza, completando la sua costruzione da goleador. E non importa se la sopraggiunta maturazione non fu comunque sufficiente per una riconferma a Milano, complice anche il limite sugli stranieri tesserabili. Díaz e l'Inter si amarono a modo loro, così come quegli splendidi colori amano coloro che nascondono la propria bellezza nelle pieghe dell'anima, le stimmate del campione dietro uno sguardo che davanti ad un portiere trasforma, gradatamente, la malinconia in freddezza, in gioia. La gioia di chi, dopo aver rincorso per anni, ha dettato agli altri la via del successo.

Aniello Luciano

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