inter.it | la leggenda della Grande Inter | |||||||||
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Il petroliere Angelo Moratti, classe 1909, nato a Somma
Lombardo, figlio unico di una farmacista, sette zie tutte suore, sposato
con Erminia Cremonesi, tifosa nerazzurra anche lei, e padre di sei figli
(Adriana, Gianmarco, Maria detta Bedy, Massimo, Gioia e l'adottivo Natalino),
acquista l'Inter sabato 28 maggio 1955 e diventa il quindicesimo presidente
della storia del club. Sarebbe stata la moglie, presto riconosciuta come
Lady Erminia, a trasmettergli la passione del calcio. Angelillo, brillantina sui capelli e baffetti neri, è l'idolo
dei tifosi di San Siro e della famiglia Moratti che intanto vede approdare
in prima squadra il giovin Mario Corso e applaude le reti di Edwing Firmani.
Ma è lui, Antonio Valentin, l'ago della bilancia e il pomo della
discordia. Infatti, quando Angelo Moratti decide di ingaggiare come allenatore
Herrera, allora tecnico in contemporanea di Barcellona e nazionale spagnola,
la frattura si allarga sino al divorzio dal campione. Angelillo s'innamora
di Attilia Tironi, in arte Ilya Lopez, ballerina in un locale notturno
di piazza Diaz. Herrera, che aveva trovato un'Inter "lenta e senza
ritmo" e che era un sergente di ferro ("il ritiro - confidava
- l'ho inventato io"), non gradisce e dal campione un po' maledetto
di Buenos Aires riesce a separarsi nella primavera del 1961. Una separazione
(Angelillo va alla Roma, poi passerà anche al Milan, ma non sarà più il
grande dei tempi nerazzurri) che traccia il confine. "Presidente, vinceremos todos y contra todos". Herrera deve stregare Moratti, in qualche modo. Il tecnico ha già rischiato in più occasioni l'esonero, il suo rapporto con il manager Italo Allodi è tormentato. La prima penna del giornalismo sportivo italiano, Giovanni Brera, critica spesso e volentieri l'allenatore nato a Buenos Aires, cresciuto a Casablanca, affermatosi in Spagna. Insomma, le difficoltà non mancano. Però è proprio in questa terra di nessuno, in questa palestra di sudore e addestramenti (sta per essere costruito anche il centro sportivo dell'Inter ad Appiano Gentile, in provincia di Como), che nasce la leggenda, attraverso una fusione passionale e molecolare tra Moratti, la squadra, Herrera, i tifosi, la città di Milano. Raccontano i testimoni: "Non è possibile descrivere quanto era bella la città grazie alla forza, alle idee e al calcio della società nerazzurra". C'è da crederci, senza dubbi. Nascono in questo periodo gli Inter Club, l'istituzione del tifoso organizzato. Nasce, appunto, la leggenda. L'Inter di Herrera vince il suo primo scudetto, stagione '62-'63, decisivo il successo a Torino sulla Juventus nel cosiddetto Derby d'Italia: 1-0 per i nerazzurri, rete-partita di Sandro Mazzola, classe 1942, figlio d'arte, attaccante con un repertorio di colpi e un'intelligenza ben oltre la media naturale, potente e veloce al tempo stesso, un'altra pagina eterna della lunga e inconfondibile storia nerazzurra (in tutto, in 418 partite con una fedeltà senza macchia, Mazzola realizzerà 117 gol in campionato, 20 nelle coppe europee, 24 in Coppa Italia). "Il Mago", per regalare a Moratti il primo titolo tricolore, schiera la seguente formazione: Buffon; Burgnich, Facchetti; Zaglio, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Di Giacomo, Suarez, Corso. Giacinto Facchetti, nato a Treviglio nel luglio del 1942, diventa l'allievo prediletto del "Mago". Con un fisico da granatiere e una volontà di ferro, "rubato" all'atletica leggera, è l'Inter che si fa morale, rigorosa e puntuale nell'insegguimento dell'obiettivo. Facchetti è il primo terzino d'attacco della storia del calcio italiano, domina la fascia sinistra, marca e attacca contemporaneamente. Herrera lo proverà anche come attaccante per la facilità realizzativa e nel 1978, quando dirà stop al calcio giocato, Giacinto il "Gigante Buono" avrà realizzato, solo in campionato, un totale di 59 reti. Un atleta perfetto, un interista controtendenza rispetto al dna "pazzo": Facchetti, grazie al "Mago", è arrivato nell'Olimpo del calcio e vi è rimasto, figura di riferimento all'interno della Società (nel gennaio 2004 è stato nominato Presidente) e delle istituzioni calcistiche, nazionali e internazionali. Anche dopo la conquista del primo scudetto, la prima richiesta che Herrera fa ad Angelo Moratti è quella di una cessione. Il ritornello si ripeterà ogni dodici mesi. Nel mirino del tecnico, Corso, veneto classe 1941, il campione con un piede solo (il sinistro), un artista del pallone. Troppo bravo tecnicamente, troppo geniale nelle giocate, per andare anche e sempre di corsa. Ma il Presidentissimo non cederà mai al ricatto del "Mago", e così vissero insieme felici e contenti. Unione favorita, senza dubbio, anche dai successi che la squadra comincia a raccogliere. Dopo lo scudetto parte una straordinaria e fortunata avventura in Europa che, mercoledì 27 maggio 1964, si conclude al "Prater" di Vienna, avversario il Real Madrid dei campionissimi, di Puskas e Di Stefano che affrontano la loro settima finale di coppa. L'Inter, al cospetto, sembra giovane, inesperta, ambiziosa e, al tempo stesso, indifesa. Invece, sotto l'apparenza, arde il grande fuoco nerazzurro; I tifosi partono da Milano con ogni mezzo possibile per raggiungere la capitale austriaca. Herrera, che da buon ex del Barcellona vive la finale quasi come un derby, prepara la gara in ogni particolare. Ed è trionfo. Il gregario Carlo Tagnin annulla Di Stefano, lo stopper Aristide Guarneri non lascia palla a Puskas, il grande capitano Picchi domina la scena difensiva, sul finale del primo tempo Facchetti lancia Mazzola che porta in vantaggio i nerazzurri. Nella ripresa 2-0 del centravanti Aurelio Milani, poi accorcia il Real con Felo, chiude Mazzola con una rete capolavoro. L'Inter è campione d'Europa. Milano e l'Italia intera scendono in piazza per celebrarla. Ed è solo l'inizio...
Il 1965 è l'anno più glorioso della storia
dell'Inter. Dopo aver vinto la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale,
i nerazzurri hanno lasciato il titolo al Bologna in un avvelenato finale
di campionato. Per la prima volta nel calcio compare il termine doping
e, per la prima volta, il titolo viene assegnato attraverso una gara
di spareggio, che i nerazzurri perdono a Roma il 7 giugno 1964. Angelo
Moratti è furibondo, la Figc ancora una volta ha remato contro
l'Inter. Bisogna essere veramente più forti di tutti e di tutto,
come sostiene Herrera, per far trionfare la giustizia sportiva. E così,
nel 1965, l'Inter s'inventa un triplice capolavoro. Primo: vince lo scudetto,
in rimonta sul Milan di Gino Viani. Il 31 gennaio 1965 i rossoneri battono
il Mantova e in classifica hanno 7 punti di vantaggio sui nerazzurri,
sconfitti a Foggia. Il 28 marzo 1965, al termine di uno dei derby più fantastici
mai visti a San Siro, il Milan è battuto (5-2) e conserva un solo
punto di vantaggio. Herrera, che ha lanciato in squadra il mediano Gianfranco
Bedin, classe 1945, ci riprova con un altro giovane, il centravanti Sergio
Gori detto "Bobo", classe 1946, figlio di uno dei più importanti
ristoratori toscani di Milano. E proprio Gori, dopo il vantaggio firmato
Suarez, stende la Juventus a Torino, mentre il Milan perde in casa con
la Roma. Si va avanti così, lotta gomito a gomito, sino al 6 giugno,
quando i rossoneri perdono a Cagliari e i nerazzurri pareggiano in rimonta
2-2 con il Torino a San Siro. Il gol tricolore, su rigore, è di
Mazzola, capocannoniere del torneo con 17 reti. La formazione: Sarti;
Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Domenghini,
Suarez, Corso. Domina la condizione atletica dell'Inter che, mentre prepara
la vittoria del nono scudetto, rivince la Coppa Campioni.
La Grande Inter vince il terzo scudetto, il secondo consecutivo, al termine del campionato '65-'66. Forse il successo meno complicato per la squadra di Angelo Moratti e il "Mago" Herrera. Qualche timida opposizione da parte di Milan e Bologna, ma nulla più. I rossoneri si arrendono nel derby, che i nerazzurri vincono 2-1, con una grande rete di Bedin (che annulla Rivera) e un gol di Domenghini. L'Inter è campione con 50 punti, 4 di vantaggio sul Bologna. La formazione tipo: Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Corso. Non c'è notte senza alba, non c'è sogno
senza risveglio. Il ciclo della Grande Inter si conclude un anno dopo,
il 1° giugno 1967 nella fatal Mantova. I nerazzurri, che hanno già perso
sfortunatamente la Coppa dei Campioni a Lisbona contro il Celtic, recuperano
Suarez dall'infortunio e si presentano con Cappellini centravanti. Traversa
di Mazzola, l'Inter è stanca, ma vuole mantenere il punto di distacco
sulla Juventus (48 a 47) e comanda la partita. Un giovane Dino Zoff,
portiere rivelazione del campionato, salva in più occasioni il
Mantova. Al minuto numero 4 della ripresa il pasticcio: un tiro di Di
Giacomo, l'ex di turno, inganna Sarti. La palla scivola tra le mani del
portiere nerazzurro e va in rete. Una beffa: Sarti, due anni dopo, firmerà per
la Juventus alla quale, in pratica, regala lo scudetto. E' infatti inutile
l'assalto finale dell'Inter, l'arbitro padovano Francescon nega un rigore
a Mazzola e caccia dal campo un furente Corso. Negli spogliatoi volano
cazzotti e parole grosse, ma il titolo è della Juventus. Angelo
Moratti, seppur deluso, trova la classe delle parole per scrivere la
parola fine a una grande storia di calcio e passione: "Siamo stati
grandi quando si vinceva, cerchiamo di essere grandi anche ora che abbiamo
perduto. Forse siamo rimasti troppo tempo sulla cresta dell'onda. E tutti
a spingere per buttarci giù. Ora saranno tutti soddisfatti".
E' solo la verità. |