inter.it | il 15 è consecutivo | |||||||||
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“Tu sei tutto quello che un uomo dovrebbe essere! Mi mancherai... Ciao Giacinto”. E’ la sera del 9 settembre 2006, parte il nuovo campionato, Firenze è dolcissima e triste, l’Inter ha gli occhi lucidi: è soprattutto la prima partita senza Facchetti. Capitan Zanetti lo ricorda con una frase scritta sulla fascia di capitano e scelta insieme con la moglie Paula. La squadra di Roberto Mancini onora la scomparsa dell’indimenticabile campione e dirigente con una vittoria che è l’atto d’amore con il quale viene concepito il 15° scudetto, il secondo consecutivo. Il destino vuole che sia Esteban Cambiasso a realizzare i primi due gol nerazzurri. Il destino è intelligente: Giacinto aveva un debole per questo ragazzo argentino nato uomo di antiche origini genovesi che attraversa la vita e vive il calcio con serietà. Ma Facchetti avrebbe esultato con stile anche al primo gol in campionato con la maglia nerazzurra di Zlatan Ibrahimovic: un colpo da genio, quello del 3-0, e di un genio mai fine a se stesso. La cavalcata dell’Inter inizia da qui, da Firenze, e forse non per caso si chiuderà trionfalmente a Siena, sempre in Toscana. E’ troppo bello il viaggio del 15° scudetto per riassumerlo in poche righe, banalizzando un’impresa che già in tanti hanno voluto minimizzare. E’ vero, non c’è la Juventus retrocessa in serie B per Calciopoli, per lo stesso motivo il Milan parte con una penalizzazione che per altro azzera in pochi turni per poi sprofondare in classifica per altri motivi, ma che colpa hanno i nerazzurri di tutto questo? Nessuna colpa, come i fatti dimostrano a ogni passaggio e sentenza. In Italia, però, è sempre più facile capovolgere gli antipodi, confondere le idee e i ruoli, creare una realtà mediatica che premia chi non meriterebbe neanche una riga. Così, in un clima paradossale al confine del ridicolo, la squadra di Roberto Mancini si ritrova a dover dimostrare, ogni giorno, quello che è inevitabilmente: la più forte e la più determinata nell’inseguimento di un successo da sbattere sulla faccia dei gufi e delle civette, che ne aspettano il crollo a ogni partita, senza trovarlo. E’ il 20 settembre quando, con una rete diabolica di Hernan Crespo, l’Inter ruggisce e vince in casa della Roma: gara perfetta, primo scontro diretto conquistato. Il viaggio in Champions League è salita dopo le prime due sconfitte, ma il passaggio del primo turno arriverà comunque. Intanto, in campionato, non c’è partita che l’Inter non interpreti al meglio. E’ il 28 ottobre quando il calendario propone il primo derby stagionale: il “Meazza” è un catino di emozioni e sentimenti, l’Inter di Mancini una belva. Il Milan vede la palla quando i nerazzurri sono già in vantaggio per 3-0: tiro da sogno di Dejan Stankovic, gol da scuola dei centravanti di Hernan Crespo, sigillo d’autore di Ibrahimovic. Quando i rossoneri riescono ad accorciare le distanze, un campione del Mondo, l’eroe di un popolo, lancia il suo urlo: il 4-1 è di Marco Materazzi che esulta mostrando la sottomaglia con l’immagine del figlio, è già ammonito, viene espulso, si deve andare avanti undici contro dieci, anzi contro nove, perché nel frattempo si è fatto male Patrick Vieira a sostituzioni terminate. Stankovic stringe i denti, anche lui non sta bene, il Milan spinge, accorcia le distante nel finale, i nerazzurri si stringono nell’area di rigore a difesa di una vittoria che è troppo meritata per non essere vera, Julio Cesar si esalta in parate e uscite, l’Inter resiste ed è grande vittoria. Qualcuno dirà: “Con noi, a difendere il successo negli ultimi minuti in area di rigore, c’era anche Facchetti”. Un sorriso scende dal cielo, come un fascio di luce da occhi chiari e onesti.
Non è mai facile essere Inter e interisti. Non è mai facile e, soprattutto, non è mai banale. Nasce da questo fascino antico una fede senza confini e senza vie di mezzo. Nasce da questo dna la prima e unica sconfitta in campionato dell’Inter di Roberto Mancini. Tutti si aspettano che lo scudetto possa essere anche matematico, e non solo strameritato, in occasione dello scontro diretto al “Meazza” con la Roma, posticipato al 18 aprile per i tragici fatti di Catania del 2 febbraio, quando il calcio italiano deve arrendersi alla violenza, con la morte dell’agente Filippo Raciti dopo gli incidenti di Catania-Palermo. L’attesa per Inter-Roma è altissimo, lo stadio stracolmo, il popolo in attesa. I nerazzurri giocano anche bene, ma devono inseguire e, nel finale, vengono superati dai giallorossi, 3-1 per loro. Sembra una tragedia, è solo una festa rinviata. Si sprecano calcoli e anche critiche. Si ipotizza che l’Inter possa assicurarsi il 15° titolo italiano in occasione della partita al “Meazza” con l’Empoli. Troppo facile e, soprattutto, qualcuno si dimentica del destino. Quello che tutto può e tutto decide. Infatti, nella domenica di sole del 22 aprile, i nerazzurri di Mancini sono in campo a Siena, mentre la Roma – che insegue – a Bergamo contro l’Atalanta. La prima squadra di Giacinto vince, la seconda di Facchetti (che è sempre stata l’Atalanta) batte i giallorossi. E’ scudetto. Matematico, emozionante, incredibilmente travolgente. La partita dei nerazzurri a Siena è indimenticabile, difficile, infinita. E’ ancora Marco Materazzi, straordinario anche come goleador per tutto l’arco della stagione, a firmare il vantaggio, per i bianconeri (e anche questo particolare non può essere casuale... ) pareggia Paolo Negro. Poi, finalmente, eccolo il momento fatale, al minuto 14 della ripresa: Cruz conquista un rigore, Materazzi va su dischetto. Primo tiro, gol, ma l’arbitro Ayroldi fa ripetere. Materazzi replica, ancora dal dischetto: gol, e questa volta nessuno si azzarda a dire qualcosa. E’ la rete cartolina: è il 15° scudetto. La gara di Siena termina qualche minuto d’anticipo prima di quella della Roma. I minuti che separano la fine della partita a Bergamo dalla festa nerazzurra sono vissuti in campo da Mancini e da tutti i calciatori con una voglia di far esplodere la gioia trattenuta a stento. Infine, quando arriva la notizia, è un boato, un trionfo da antichi sapori, con i tifosi in campo e Massimo Moratti portato in trionfo dai suoi campioni e da gente comune che piange di felicità, con gli interisti senza darsi appuntamento si riprendono il centro storico di Milano e aspettano i loro campioni.
E’ il 15° scudetto, il secondo consecutivo. |