INVERNIZZI 3: "QUANTE STORIE DA RACCONTARE"

INVERNIZZI 3: "QUANTE STORIE DA RACCONTARE"

MILANO – La terza parte dell’intervista a Gianni Invernizzi pubblicata da "Inter Football Club" nel numero di marzo 2004.


Quando iniziò la sua carriera di Osservatore?

«Quando andai via dall’Inter nel 1960, andai al Torino, in Serie A. L’anno successivo passai al Venezia. Ero libero, andavo con l’ingaggio. Purtroppo a Venezia ebbi un malanno che mi condizionò. Scivolai sulle scale e battei forte un tallone e mi venne un grosso ematoma. E in quel punto del piede far riassorbire un ematoma non è facile. Rimasi sei mesi senza giocare. In quel periodo mi chiamò Allodi: “Gianni, come stai, non ti sento più... Senti un po’, ma che cosa fai la domenica?” “Niente perché non sono nemmeno mai convocato...” “Perché non vai a vedere i giocatori e magari osservi quelli che ti dico...” Cominciai così a fare l’osservatore per l’Inter. Con Allodi. Mi ricorderò sempre questo fatto: in Venezia - Palermo notai un giocatore scartato dalla Juventus. Un certo Burgnich. Giocava nell’Udinese, poi nella Juve, dove non ebbe fortuna e venne ceduto al Palermo. Lo vidi giocare e mi sembrò un giocatore che poteva essere da Inter. Ne parlai con Allodi. Allodi e Moratti mi convocarono in sede. Il giorno stabilito mi recai nell’ufficio di Moratti. Un ufficio grande che metteva soggezione, con quelle poltrone dallo schienale alto. Vado incontro al Presidente e mi accorgo che nella poltrona di fianco a quella destinata a me c’era Herrera. Quello che mi aveva mandato via. In quel periodo l’Inter mi aveva fatto girare altri campi in zona, Udine, Verona, Ferrara per osservare un giocatore che si chiamava Facca. Moratti mi chiese: “Dimmi un po’ (mi dava del tu) tu che li ha visti tutti e due, che cosa pensi di Burgnich e di Facca?” Herrera voleva Facca. Io invece dissi: ”No, per me Burgnich vale tre volte Facca”. Finita la relazione Moratti mi salutò, ci congedò entrambi (Herrera mi conosceva perché avevamo fatto tre mesi insieme a San Pellegrino in ritiro). Dopo tre giorni sulla Gazzetta leggo: Burgnich all’Inter. Accidenti pensai, se poi non va bene, la colpa è mia. Avevo espresso il mio parere in tutta onestà e senza secondi fini ma ero sinceramente in trepidazione per l’Inter. Speravo che Burgnich potesse far bene per il bene dell’Inter. Guardi che carriera poi ha fatto!».


Uno dei più forti difensori di sempre...

«Poi sono stato suo allenatore nel 1970/71. Giocava terzino, qualche volta stopper. Io l’ho trasformato in libero perché allora mancava l’uomo giusto per quel ruolo. Ci voleva uno che avesse esperienza e un certo comando, l’autorità che serviva. Quando parlava, i compagni lo ascoltavano. Mi ci vollero tre giorni per convincerlo e sono stato fortunato: ho fatto il bene della società, perché quella mossa ha contribuito a farci vincere lo scudetto, e anche quello del giocatore che è rimasto con l’Inter ancora tre anni e poi, in quel ruolo, ha giocato bene altre quattro stagioni al Napoli, fino a 33/34 anni».


Fu Burgnich la sua prima segnalazione?

«No, prima ancora avevo visto e segnalato Guarneri. Funzionava così: Allodi, che non andava tanto a vedere le partite, si fidava di me. Al lunedì pomeriggio voleva da me tutte le relazioni. Mi chiedeva cosa avevo visto, che cosa potevo segnalargli. Sono sempre stato onesto, mi piace guardare tutti a testa alta. Anche al Presidente, ho sempre detto quello che pensavo. A volte capitava che il mio giudizio fosse diverso dal suo. Con questo non intendo dire che avessi ragione io. E’ la mia opinione. Lui ha la sua. E qualche volta capita che poi possa dire dentro di me: vedi, ho avuto ragione io. Oppure, caspita ho sbagliato. Io sono uno di quelli che quando sbaglia, lo dice. Le faccio un esempio. Un certo Bergkamp, che è venuto all’Inter. Era un giocatore talmente bravo. Il presidente Pellegrini mi disse che voleva ingaggiare un giocatore forte, famoso, perché era un periodo che veniva molto criticato. Io gli dissi: per me c’è questo Bergkamp che è bravo. Era veramente bravo, aveva una tecnica sopraffina. Così compriamo Bergkamp».


Beh, effettivamente era ed è un giocatore forte, lo ha dimostrato...

«Sì, però portarlo all’Inter è stato un errore. Ho sbagliato perché non ho capito, non ho neanche pensato che dovevo valutarlo anche da un punto di vista caratteriale. In Olanda giocava in modo splendido. Ho visto pochi giocatori così bravi tecnicamente. Non a caso poi in Inghilterra è stato per tre stagioni il migliore di tutti. E sopportano il fatto che non viaggia in aereo. Ma per me è stato un errore. Avrei dovuto capire che non aveva il carattere giusto. Era troppo timido. Diventava rosso anche solo quando doveva andare a prendere il giornale. Era timidissimo. Ci sono tanti giocatori, tante storie da raccontare».


Finiamo la sua: quando smise di giocare?

«Ho smesso con Cappelli responsabile al Como, in serie B. Io non volevo più giocare perché mio padre mi diceva sempre che non era il pallone la soluzione: “Cume te fet a mangià?” mi incalzava. Diceva che dovevo lavorare sul serio. Come smisi di giocare mi chiamò l’Inter. E mi mandarono subito a Coverciano a fare il corso da allenatore. Era Allodi che insisteva. Io allora avevo già la mia ditta che funzionava e non sapevo che cosa rispondere all’Inter. Mi seccava buttare a mare i miei investimenti. Pensai che l’unica cosa di cui mi potevo occupare era il settore giovanile. A quel tempo l’impegno non era a tempo pieno come oggi: si cominciava alle tre del pomeriggio, perché i ragazzi alla mattina andavano a scuola e molti venivano da fuori. Così mi affidarono la responsabilità del settore. Ebbi un grande successo: nelle mie squadre crebbero ragazzi come Bordon, Oriali, Bellugi. Ho dato cinque giocatori alla Nazionale, una ventina hanno giocato in serie A e quaranta/cinquanta in serie B».


Intervista a cura di Enzo Anderloni


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