INVERNIZZI 4: "LA TABELLA? SULL'AEREO..."

INVERNIZZI 4: "LA TABELLA? SULL'AEREO..."

MILANO – La quarta parte dell’intervista a Gianni Invernizzi pubblicata da "Inter Football Club" nel numero di marzo 2004.


Adesso ci manca uno scudetto da raccontare, quello da allenatore della prima squadra. Come arrivò dal settore giovanile a quella panchina?

«Preso il patentino di allenatore, seguivo in prima persona la “Primavera” ma ero anche responsabile di tutto il settore giovanile. Al lunedì allenavo anche i giocatori di prima squadra che la società non voleva più. Nel 1970, allenatore Heriberto Herrera, a un certo punto mi chiama il presidente Fraizzoli e mi dice: “Senti Gianni, abbiamo deciso che tu devi andare alla prima squadra”. “Presidente, io sto bene dove sono”, gli risposi. “No tu devi andare lì. Magari anche solo per una domenica, due, tre….” “Io per una domenica o due non ci vado: ne trovi un altro”. Heriberto, che era al suo secondo anno all’Inter aveva fatto 4 punti nelle prime 5 partite».

Cominciò con una vittoria sul Verona poi seguirono un pareggio con la Roma, ancora un pareggio con il Bologna, una sconfitta casalinga, 3-1 con il Cagliari, e ancora una sconfitta, 3-0 nel derby...

«Prisco continuava a dirmi: “Ma che cosa hai da perdere? Va lì e fai l’allenatore...” Allora mi feci mettere per iscritto che nel momento in cui non fosse più rientrato nei miei piani allenare la prima squadra, sarei tornato nel ruolo da cui ero partito, quello di allenatore della Primavera e responsabile del settore giovanile. Prima di accettare sono andato in giro con la mia Cinquecento. Pensai che cosa implicava quella scelta per la mia famiglia, perché voleva dire non esserci mai nemmeno la domenica. Poi decisi. Ma chiesi tre cose al presidente: 1) se mi assumo questa responsabilità devo essere l’unico responsabile della prima squadra, 2) lei non deve mai mettere parola nella formazione, 3) voglio che siano riammessi nella rosa Bedin e Jair. Bedin e Jair erano stati messi “fuori rosa” da Heriberto. Al martedì Fraizzoli venne ad annunciare ai giocatori che ero il nuovo allenatore. Gli chiesi poi di rimanere solo con i giocatori. “Sentite - dissi - voi siete dei campioni, (erano campioni sul serio, anche se in fase discendente) non sono io che vi insegno a giocare ma io voglio rispetto reciproco sul campo di lavoro, voglio puntualità perché non trovo giusto dover aspettare la gente e spero che ci sia anche l’unità, perché quello è il senso dell’essere squadra. E’ nel vostro interesse. Io sono qui, può darsi che fra tre domeniche non ci sia più. Adesso andiamo in campo”. E così siamo partiti. Tutti. Con Jair e Bedin. Abbiamo cominciato a vincere e a furia di vincere abbiamo vinto il Campionato. Questo per quanto concerne l’approccio sul piano umano e professionale. Sul piano tattico feci tre mosse: prima il libero era Cella, che non era fortissimo. Vedevo Burgnich che pareva un toro sbuffante a furia di correre dietro ai ragazzini sulla fascia. Intuii che per l’ascendete che aveva sui compagni di reparto poteva trasformarsi in un ottimo libero. E così fu: Burgnich libero e Cella in panca. La seconda mossa fu la collocazione di Bedin. Io avevo Facchetti a sinistra che faceva il pendolino. A destra non avevo nessuno e ci misi Bedin. Avevo a disposizione anche Bertini. Con Bedin a destra e Bertini mediano creiamo non solo lo sforzo di portare la palla in avanti ma anche di far saltare le marcature. Sulla fascia destra si alternavano infatti Bedin e Bertini, mettendo in difficoltà gli avversari. Poi arrivò Jair, che però agiva solo in fase offensiva».


E la famosa tabella?

«Vinciamo con il Torino la prima partita, la seconda andiamo a Napoli e, porca miseria, si perde. Perdemmo ma disputando una partita strepitosa: li abbiamo schiacciati per 90 minuti. Sa, una di quelle partite in cui sembra proprio che la palla non voglia entrare. Mi ricordo ancora un pallone tirato a botta sicura con Bianchi del Napoli che si gira e lo prende proprio col sedere. Ero talmente convinto che avessimo giocato bene che, sull’aereo che tornava a Milano, con in mano il calendario del campionato, ho cominciato a dire, guardando le partite che ci aspettavano. “Se giochiamo così non possiamo perdere, vinciamo il campionato”. Avevamo 7 punti di distacco dal Milan. Come avere 10/11 punti di ritardo adesso. Sull’aereo avevo vicino Facchetti. Gli dissi: “Senti un po’ Giacinto, guarda il calendario. Non dico di calcolare i punti sin da ora, ma guarda, se giochiamo così vinciamo tutte le partite”. E abbiamo cominciato a guardarlo insieme. E così si finiva col dire: la Sampdoria? Eh, vinciamo. E questi altri? Vinciamo. Allora presi quelle parole, quella tabella di marcia come un impegno. Avete detto che si può anche arrivare in alto? Non parlai subito di scudetto. Ma di ambizioni sì. Poi ebbi anche la fortuna che Heriberto Herrera avesse puntato gli allenamenti su ritmi blandi cercando di costruire la resistenza. Siccome io lo conoscevo perché al lunedì ero ad Appiano ad allenare i miei ragazzi (si sbircia sempre qualche cosa) ho dato loro la rapidità. La base del muscolo c’era, ora bisognava dare velocità. Così i giocatori, un po’ perché ad ogni cambiamento nascono nuove motivazioni, un po’ perché avevo centrato il tipo d’allenamento che serviva, hanno espresso un rendimento tale che non abbiamo più perso e abbiamo chiuso con 4 punti di vantaggio sul Milan. Il secondo anno partecipammo alla Coppa dei Campioni. Io feci richiesta al presidente di prendermi un attaccante. Io volevo un brasiliano che giocava allora nel Verona: Clerici. Perché avevo solo Boninsegna come attaccante puro. E invece di comprare Clerici, comprarono Ghio. Dissi: ‘Presidente, questi non sono i giocatori che fanno per noi’. Ma ormai l’aveva preso e non potevo farci più nulla».


Ghio è quello che colpì con un calcio l’arbitro durante la prima sfida con il Borussia in Coppa dei Campioni e il direttore di gara attribuì la colpa a Corso che venne squalificato per tutto il torneo?

«Sì, proprio lui. Uno che ha rischiato di saltare una trasferta di Coppa dei Campioni perché è tornato indietro a prendere lo spazzolino da denti che si era dimenticato a casa. Comunque quell’anno arrivammo in finale. Con Corso squalificato».


Con Corso in campo non si sarebbe perso contro l’Aiax?

«Secondo me no. Se ci fosse stato Corso avrebbe abbassato il ritmo del gioco, avrebbe addormentato tutti. Perché il primo tempo abbiamo giocato alla pari».


Nell’anno dello Scudetto quando ha avuto la sensazione che ce l’avreste fatta?

«Quando noi abbiamo vinto a Catania e il Milan ha pareggiato con una piccola squadra, non mi ricordo quale».


Non fu un trionfo a Catania, si vinse su autorete…

«Sì, però noi prendevamo pochi gol. Con una squadra come quella, la cosa più importante era non prenderle. Qualche cosa davanti, all’attacco succedeva di sicuro».


Intervista a cura di Enzo Anderloni


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