Marco Benassi, un capitano Toro cresciuto al "Facchetti"

MARCO BENASSI, UN CAPITANO TORO CRESCIUTO AL "FACCHETTI"

Il centrocampista classe 1994 torna a San Siro da avversario. Con MondoFutbol.com ripercorriamo i primi passi della sua carriera, iniziata in nerazzurro

MILANO - Diventare capitano del glorioso Torino è un onore che viene concesso solo a pochi eletti. Oggi la fascia che fu di Valentino Mazzola, il capitano dei capitani, Giorgio Ferrini e Cesare Martin, stringe il braccio sinistro, quello del cuore, di Marco Benassi. Niente effetti speciali, solo umiltà e dedizione. Le stesse qualità che lo avevano portato prima dalla Gino Pini, la polisportiva con la quale aveva mosso i primi passi, al Modena e successivamente all'Inter, nell'inverno del 2011, grazie al fine fiuto di Roberto Samaden, responsabile della 'cantera' nerazzurra.

Venne inizialmente aggregato alla formazione Allievi Nazionali e subito dopo inserito nella Berretti di Sergio Zanetti, il fratello del grande Javier, del quale Marco adorava l'umanità e la determinazione con cui, una 'C' al braccio e gagliardetto alla mano, scendeva in campo. Era però nella naturalezza di corsa, nella velocità di pensiero e nella predisposizione al 'dai e vai' che si nascondevano le stimmate del giovane predestinato, tutte portate alla luce del sole in maglia nerazzurra, dove la capacità nel costruire giocatori e successi del settore giovanile della Beneamata si sposava bene con la sua voglia di arrivare, sincera e mai sbandierata ai quattro venti. 

Un ragazzo di provincia, rispettoso e cosciente dei propri mezzi ('devo essere grato al Modena, dove hanno fatto tanto per la mia crescita', dirà, con un pizzico di emozione, in una rara esternazione pubblica dell'epoca) che si è sempre dovuto guadagnare ogni singola briciola del suo cammino. È lui stesso a raccontare dell'ostracismo della madre, disposta a permettergli di cimentarsi in qualsiasi attività sportiva, ginnastica artistica inclusa, meno che nel calcio. Un senso di protezione condiviso con Andrea Stramaccioni, suo allenatore all'Inter Primavera con cui la stessa signora Benassi si complimentò dopo un allenamento al "Facchetti", facendo arrabbiare il figlio, preoccupato che quel gesto di gentilezza, sciorinato in un limpidissimo dialetto modenese, potesse essere scambiato per piaggeria.

Ma l'attuale tecnico del Panathinaikos aveva immediatamente capito che quel timido giovanotto di un metro e ottanta scarsi, ordinato in ogni suo aspetto (dal modo di stare in campo fino al look), era in possesso delle doti giuste per diventare un calciatore vero. Per questo lo volle, promuovendolo in Primavera dal campionato Juniores Berretti, al pari di Pasa ('un amico', come tiene a ribadire), Mbaye e Belloni, ora in prestito all'Avellino e autore di un buonissimo inizio di campionato. Stagione 2012/13, quella della vittoria in NextGen Series, la Champions dei giovani.

Il passo nei grandi, sempre con Stramaccioni, è spontaneo, anche perché col tempo l'emiliano si è affinato, aggiungendo alle caratteristiche di volante di protezione della difesa e di distributore nella prima costruzione, i compiti del centrocampista che apre il gioco e azzanna lo spazio. Del resto, l'inserimento senza palla, la visione di gioco e della porta sono altri cromosomi del suo DNA, affinati alla scuola di Interello, che lo hanno portato al suo primo gol nei professionisti, in Europa League: scucchiaiata di Cassano, inserimento senza palla di Benassi e tocco d'istinto ad anticipare Mário Felgueiras, il portiere del Cluj.

Sembra un secolo fa, eppure il gioiello costruito a Milano ha solo 22 anni. Pochi ma sufficienti per uscire davanti a tutti dal tunnel che porta in campo. Maglia azzurra (Di Biagio gli ha dato le chiavi della Nazionale Under 21 ed è prossimo l'esordio con la Nazionale maggiore) o granata addosso, come nel passato i grandi del Toro hanno saputo fare. Marco Benassi è solo a un passo dal divenirlo: ancora una volta, al centro sportivo "Giacinto Facchetti" hanno lavorato proprio bene.

Aniello Luciano


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