SARTI, UN PORTIERE RIVOLUZIONARIO

MondoFutbol.com ripercorre la carriera di chi ha contribuito a cambiare la storia di un ruolo differente e complicato, ma unico

MILANO - A poco più di 17 anni, Giuliano Sarti batteva i paesini e le strade della campagna emiliana in bicicletta. Si spostava da una parte all'altra per vendere i carciofi, i limoni e i brustolini di cui il padre gli aveva riempito il cesto, che a fine giornata doveva essere vuoto. Era impensabile per Giuliano stare fermo in un posto, aspettando che i clienti venissero a comprare.

Forse anche per questo, l'approccio al ruolo di portiere non fu dei più semplici: gli capitò quasi per caso, quando una domenica andò a Cento di Ferrara per assistere a una gara con il San Matteo della Decima, che rimase senza estremo difensore per un infortunio. "Gioca tu", gli dissero. Anche se un po' restio, alla fine accettò. Sarebbe rimasto poi per tutta la stagione, dando inizio alla sua carriera.

Ma stare lì a passeggiare tra la linea del gol e l'area piccola per troppi, interminabili minuti, era per Giuliano una noia mortale. Così iniziò a studiare i primi sotterfugi: finché giocava nei campi di periferia, restava appoggiato ai pali dove ogni tanto si faceva offrire "una mezza sigaretta" da qualcuno del pubblico.  Poi però arrivò la scalata. La Centese in Seconda Categoria, un provino andato male col Torino, infine la Bondenese che gli propose il salto in Promozione. "Fu un po' troppo - rivelò tempo dopo al Corriere dello Sport - di calcio non sapevo nulla, nessuno mi aveva insegnato a stare in porta, a parare. Facevo tutto d'istinto".

Lo stesso istinto che convinse Mantovani, dirigente della Bondenese, a portarlo alla Fiorentina, guidata allora da Fulvio Bernardini. In Serie A, dovendo rinunciare a quella mezza sigaretta, Giuliano trovò altri modi per non annoiarsi. Cominciò a sviluppare un nuovo modo di intendere il portiere: uscire, avvicinarsi ai difensori, impostare il gioco. Un Manuel Neuer ante litteram, insomma. A Firenze Sarti restò nove stagioni, conquistando il primo scudetto della storia Viola e arrivando in finale di Coppa dei Campioni, dove si arrese solo al Real Madrid di Alfredo Di Stefano.

Avrà comunque modo di rifarsi in ambito europeo, nel 1963, come primo (o ultimo) baluardo della nascente Grande Inter di Helenio Herrera. A trent'anni, Sarti è un giocatore completo: oltre a partecipare al gioco, sembra parare in un modo quasi scientifico, restando freddo e calcolando dove può arrivare la palla, cosa che gli valse il soprannome di "portiere di ghiaccio". D'altronde, lui stesso dichiarò a Inter Channel di avere "un sistema di gioco in cui coordinavo i miei compagni affinché gli avversari tirassero poco in porta'. Per l'insieme di queste caratteristiche, HH lo definì "el hombre de la revolución". Con il tecnico nato in Argentina, il portiere emiliano vinse due Coppe dei Campioni, due scudetti e due Coppe Intercontinentali. E divenne il primo nome di quella poesia, il "Sarti, Burgnich, Facchetti..." che sarebbe rimasto sulla bocca prima di tutti gli interisti, poi di ogni grande appassionato di football.

Sarti sperimentò anche l'immensa ingratitudine, la crudeltà del ruolo di portiere e l'iniqua legge che vuole gli errori dell'estremo difensore più importanti rispetto a tutti gli altri che si verificano sul campo. Nel giugno 1967, l'Inter gioca a Mantova l'ultima gara di un campionato che comanda, a +1 sulla Juventus. Con la gara sullo 0-0, Giuliano si fa sfuggire dalle mani un cross di Di Giacomo: gol e scudetto ai bianconeri.

Chiuse la sua carriera proprio alla Juventus, come riserva di Anzolin. Parte del suo cuore, però, rimase sempre viola. Nel maggio 1969, i bianconeri ospitavano la Fiorentina, che passò in vantaggio con Chiarugi. Sarti, in panchina, non trattenne la soddisfazione causando la reazione dell'allenatore: "Ma cosa stai facendo?". Lui rispose sincero: "Mister, a noi vincere non serve a niente, loro diventano campioni d'Italia". Lo slancio sincero di un portiere che ha contribuito a cambiare la storia di un ruolo differente e complicato, ma unico. Ma che nell'enunciazione della formazione forse non a caso viene prima di tutti gli altri. Un privilegio, specie per lui: "Sarti, Burgnich, Facchetti...".

Alessandro Bai


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