INVERNIZZI 1: "SONO NATO E MORIRÒ INTERISTA"

MILANO – Vi riproponiamo un’intervista che Gianni Invernizzi ha concesso alla rivista ufficiale dell’Inter, Inter Football Club, e pubblicata sul numero di marzo 2004.


Come nasce l’Invernizzi calciatore?

«Io sono arrivato all’Inter nel giugno del 1945. Ho sempre abitato al mio paese, Abbiategrasso (anche se sono nato ad Albairate). Qui fuori c’era il tram e io andavo a scuola a Milano. Frequentavo il Carlo Cattaneo, l’istituto tecnico. In quel momento, alla fine della guerra, quello che era il Provveditorato agli Studi di allora aveva organizzato un torneo di calcio per creare un po’ di entusiasmo e divertimento intorno ai ragazzi che studiavano. Volevano far capire che la guerra era finita, anche se si viveva in una città bombardata, qual era allora Milano. Durante gli anni della guerra gli americani bombardavano addirittura il tram che andava a Milano. A volte non riuscivo ad andare a scuola, dovevamo scappare. Lo facevano apposta per spaventare la gente. Era quell’aereo che chiamavano “il Pippo”. Passava, mitragliava, bombardava… Ma torniamo al torneo studentesco del 1945. Io sono del ’31, quindi avevo 14 anni. Noi del Cattaneo arriviamo in finale contro quelli del Feltrinelli, un altro istituto tecnico. La partita si gioca all’Arena. C’era un sacco di gente a vedere. Un sacco di ragazzi delle due scuole che venivano a fare il tifo. Una vera festa. A un certo punto, tra il primo e il secondo tempo, sento la voce di uno, al di là delle inferriate, nella parte centrale, che chiama “Ehi, bocia! ehi bocia!” Io non capivo, mi domandavo: chi sta chiamando? Guardava dalla mia parte. Mi giro, dietro di me non c’è nessuno. Chiamava me. “Vieni qua!” Vado. “Come ti chiami?” “Invernizzi Giovanni” e mi metto sull’attenti. Eravamo dei Balilla allora. “Ma dove giochi tu?” “Io sono di Abbiategrasso e gioco per l’Audace 1943” (si chiamava così perché era stata fondata proprio nel 1943). “Conosci l’Albergo Italia ad Abbiategrasso, quello dopo il passaggio a livello?” “Sì”. “Dì ai tuoi dirigenti di venire a parlare con me, dalle otto alle dieci tutte le sere”. Quel signore era Carlo Carcano. Era stato allenatore della Juventus e aveva vinto cinque scudetti negli anni Trenta. Dopo la guerra l’aveva ingaggiato l’Inter. “Vai, vai, vai, fai il secondo tempo adesso”. Io non sapevo chi fosse Carcano. L’ho saputo dopo. I miei dirigenti andarono a parlare con lui e così passai all’Inter. Mi chiamarono e mi dissero che entro la settimana avrei dovuto passare in via Morone, una traversa di via Manzoni, alla sede dell’Inter. Ho dovuto scalare una montagna di macerie e poi scendere dall’altra parte. Ho firmato qualcosa che non capivo nemmeno bene che cosa fosse. Come premio, per l’ingaggio, l’anno successivo mi mandarono al seguito della squadra giovanile al torneo di Sanremo. Io ero uno dei più giovani della squadra e non giocai nemmeno. Fu una sorta di vacanza-premio. Così iniziò la mia carriera. Cominciai da centravanti, poi passai centrocampista e andai sempre più indietro fino al ruolo di mediano. Il mio esordio in prima squadra fu nel 1949 quando l’Inter andò in tournée negli Stati Uniti. Per noi fu una cosa grandiosa. Allora nessuno conosceva quei posti lì. Adesso tutti i ragazzi li hanno visti in televisione. Ma allora... Andammo con la nave da Le Havre in Francia a New York. Mi ricordo l’emozione di New York con i grattacieli, le macchine che andavano su e giù per Manhattan. Ero giovane, non avevo ancora diciotto anni».


Il campionato 1948/49 fu quello della tragedia di Superga del Grande Torino...

«Io vidi l’ultima partita del Torino all’Arena contro l’Inter. Mi ricordo, ero in piedi sulle valigie d’allora, che erano in alluminio».


Da ragazzino teneva all’Inter? L’aveva vista giocare?

«Allora i giornali erano pochi. Io andavo a scuola a Milano e a Milano c’erano due squadre. L’Inter mi piaceva ma il tifo è nato a 14 anni, quando ho cominciato a giocarci. Prima c’era stata la pausa della guerra, c’era altro a cui pensare, altro che il tifo. Posso dire di essere nato tifoso di calcio nel 1945 e di essere nato interista. E morirò interista. All’Inter ho fatto la trafila dei giovani, sono arrivato in prima squadra, poi sono stato tre anni fuori (Genoa in serie A), in prestito. Si diceva: vai a farti le ossa. E venivamo pagati dalle squadre per le quali giocavamo. Non come oggi che le società devono pagare per far giocare i giocatori di loro proprietà che mandano in prestito. Poi sono tornato, ho giocato qualche partita in nerazzurro e mi hanno mandato alla Triestina in serie A. E lì son passato mediano. L’anno successivo dalla Triestina mi hanno mandato all’Udinese, sempre in serie A. E sono stato convocato nella Nazionale Primavera. Dove mi sembra di aver giocato 8 partite. Da lì sono rientrato all’Inter, nel 1954. Un’Inter che aveva appena vinto due scudetti. E ho giocato fino al 1960, quando è arrivato Helenio Herrera. Ho avuto anche la soddisfazione di fare il capitano per due anni, fino a quando mi hanno chiesto di dare la fascia ad Angelillo. Abbiamo vinto poco, ma siamo sempre stati lì, ai vertici della classifica...».


Intervista a cura di Enzo Anderloni


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