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Walter Zenga
Portiere
Walter Zenga è stato l’Inter, e per certi versi lo è ancora.

Difficilmente nella storia del calcio si è riscontrato un amore così viscerale tra un calciatore e il suo popolo, letteralmente la sua gente. Zenga è stato ed è un grande interista, prima ancora che un portiere leggendario o un bravo allenatore. Guascone, spontaneo, innamorato: la sua Inter non differiva, vista dal campo o dalla Curva Nord, che Zenga in gioventù era solito frequentare.

La prima squadra dell’Inter era il Paradiso, i quattro anni “a farsi le ossa”, come si diceva allora per chi andava in prestito in provincia: Salerno, Savona, San Benedetto del Tronto. Partì ragazzo, tornò uomo, complice anche qualche asprezza cameratesca assaggiata nei lunghi ritiri dell’epoca. In tempo per prendersi San Siro: quattrocentosettantaquattro volte, per una carriera straordinaria.

Miglior portiere del Mondo per tre anni, due campionati del mondo, un mondiale con due soli gol al passivo in sette partite eppure terminato incredibilmente al terzo posto, uno scudetto vinto sbaragliando, a suon di record, una concorrenza proibitiva: il Milan degli Olandesi, il Napoli di Maradona, la Samp di Vialli e Mancini, la Juventus di Laudrup e Altobelli

Walter Zenga: “Un portiere deve avere grande carattere e una grande forza. È un ruolo strano, il portiere vorrebbe fare 20 parate a partita, però fare il portiere dell’Inter è il sogno di un bambino che è diventato realtà. Andavo allo stadio, volevo vedere solo l’Inter: questo premio è un’emozione unica! Anche perché gli altri candidati erano portieri di grandissimo livello. Giocavo in B a Padova e Spalletti allenava l’Empoli, gli dissi che sarebbero andati in Serie A”.
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