Wesley - Il Tocco
Legends
— 1 ora faDiciassette anni fa, il 4 novembre 2009, l'Inter conquistò una vittoria fondamentale in casa della Dinamo Kiev nel cammino verso il Triplete. Una vittoria arrivata con una rimonta nel finale, decisa dalla rete di Wesley Sneijder: riviviamola nella puntata odierna di Internazionale Morning Club
Non è mai stato un atleta di primissimo livello ma la carriera di José Mourinho, in fondo, si può riassumere in cinque o sei corse famose. Ha corso a Old Trafford, dopo aver eliminato il Manchester United con il Porto. Al Camp Nou, con il Chelsea, dopo una vittoria contro il Barcellona. A Siena, con l’Inter, una volta, dopo un gol di Maicon. E ancora di nuovo Barcellona, dove ci aveva preso evidentemente gusto. Ma per arrivarci, aveva preso una rincorsa bella lunga. Che partiva da qualche mese prima in Ucraina. dopo aver conquistato la finale di Champions League con l'Inter. E anche pochi mesi prima, a Kiev, in una fredda sera di novembre.
Mourinho corre verso un suo giocatore, lo abbraccia e festeggia come se avesse appena vinto una finale. E invece è soltanto la quarta partita del girone di Champions League.
Soltanto, si fa per dire. Per capire perché, bisogna tornare al 4 novembre 2009.
José Mourinho corre sul prato dello stadio Valeriy Lobanovsky di Kiev. Cerca qualcuno da abbracciare e trova Julio Cesar. Wesley Sneijder ha appena segnato il gol dell'1-2 contro la Dinamo. Mancano pochi istanti alla fine del match e il portoghese, per una volta, lascia perdere il suo proverbiale autocontrollo.
È il 4 novembre 2009. L'Inter domina in Italia, ma in Champions League fatica. Tre pareggi nelle prime tre giornate, ultimo posto nel girone e una trasferta in Ucraina che può complicare parecchio il cammino europeo. La squadra di Mourinho è cambiata molto durante l'estate. Partito Ibra e sembrava l’apocalisse calcistica. Sono arrivati Eto'o, Milito, Sneijder, Lucio e Thiago Motta. Ma serve ancora qualcosa per diventare una grande squadra anche in Europa.
A Kiev, però, dopo ventuno minuti segna la Dinamo. È il quindicesimo e per fortuna ultimo, ultimissimo, gol di Andriy Shevchenko all’Inter. E suona come la beffa più grande. Buttati fuori dall’ex Pallone d’Oro rossonero, tornato in patria per l’ultimo walzer della carriera, con due giornate di anticipo sulla fine del girone di Champions. L'Inter fatica e Mourinho decide di cambiare tutto. Perché non c’è più niente da difendere. Per usare un’espressione mutuata dal Texas Hold’em, una variante del poker molto popolare in quel periodo, l’Inter va all-in.
Nell'intervallo entrano Balotelli e Thiago Motta al posto di Chivu e Cambiasso. Ultimo cambio, Samuel per Muntari. Una squadra sempre più offensiva, alla ricerca disperata del pareggio. La difesa è praticamente a uno, c’è solo Lucio a fermare le avanzate della dinamo. Passano i minuti, ma i padroni di casa resistono all’assalto. All'ottantottesimo Sneijder trova Milito, che controlla e batte Bogush. Uno a uno. Ma il pareggio non basta, non ancora.
Tre minuti dopo, Balotelli di tacco per Muntari che calcia, il portiere respinge. Milito prova a intervenire, Bogush salva ancora. Il pallone resta lì a metà, Sneijder capisce subito che l’unica possibilità è arrivare prima di Bogush, che è più vicino alla sfera ma è più sbilanciato. Wes parte, serve un tocco solo e deve toccare il pallone prima delle mani del portiere, per non fare fallo. Ci arriva per centesimi di secondo. Uno a due. Siamo in pieno recupero e l’Inter è in vantaggio. Mourinho corre ad abbracciare il suo portiere.
Il giorno successivo ricorre il centenario della nascita di Angelo Moratti, il presidente della Grande Inter. Per Massimo Moratti quella vittoria ha un significato speciale: “È stato un regalo della mia squadra”.
Quella vittoria cambierà tutto. Vedere i fantasmi, darsi per morti, darà la spinta decisiva a un gruppo che partita dopo partita comincerà a credere all’impossibile. Arriveranno la qualificazione agli ottavi, le vittorie contro Chelsea, CSKA Mosca e Barcellona. Fino alla finalissima di Madrid contro il Bayern Monaco e l’estasi.
Ma il 4 novembre 2009 tutto questo era ancora lontano, a due minuti dalla fine irraggiungibile. Poi l’Inter ha deciso di crederci.