Héctor Scarone, il "mago" nerazzurro venuto dall\'Uruguay

Héctor Scarone, il "mago" nerazzurro venuto dall\'Uruguay



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7 giu 2017

Tecnica sopraffina, gol e giocate impensabili: il "Gardel del Fútbol" ha indossato i colori nerazzurri nella stagione 1930/31 e ha scritto la storia con la maglia della Celeste


MILANO - "Sinceramente, nel corso della mia vita ho affrontato molti avversari e veduto molti calciatori, ma per me Héctor Scarone rimane il più forte di tutti". Con queste parole Giuseppe Meazza, il miglior goleador della storia dell'Inter e uno dei più straordinari talenti prodotti dal calcio azzurro, definiva Héctor Scarone, suo compagno in nerazzurro nella stagione 1931/1932. Il "Gardel del fútbol", come l'avevano soprannominato paragonandolo al re del tango, era arrivato a Milano insieme all'argentino Atilio Demaría nell'agosto 1931. Nato nel 1898 a Montevideo, in Uruguay, da una famiglia di origine ligure, aveva cominciato a giocare seguendo le orme del fratello maggiore Carlos, implacabile cannoniere del Nacional tra gli anni Dieci e gli anni Venti. La maglia Tricolor sarà, tranne una piccola parentesi al Montevideo Wanderers, anche l'unica vestita in patria da Héctor, che da bambino era tifoso come il papà dei rivali del CURCC (l'attuale Peñarol). Con il Nacional vincerà otto titoli uruguaiani tra il 1916 e il 1934.

A suon di gol e giocate impensabili, per cui i tifosi gli daranno un altro apodo, 'El Mago', Scarone si conquisterà appena 19enne la Nazionale. Con la Celeste scriverà la Storia. E non solo quella del calcio charrúa. Quattro Coppe America, due titoli olimpici (1924 e 1928) e un Mondiale, quello del 1930, saranno il bottino di Héctor, impreziosito da 31 reti. Ma oltre ai numeri (per superare il suo record di segnature con l'Uruguay ci sono voluti 80 anni e un altro nerazzurro come Diego Forlán) Scarone insieme ai suoi compagni mostrò al mondo un fútbol che nessuno aveva mai visto.

Tecnica superiore, grandi letture di gioco, un tiro potente e preciso, allenato secondo la leggenda calciando un pallone all'interno di cappelli appesi alle porte, un preciso colpo di testa e capacità di servire assist. Tutte qualità, unite alla facilità di andare in gol e a una grande duttilità tattica, che portarono Scarone nella lista dei desideri dei migliori club europei. Nel 1926 il Barcellona lo schierò per alcune amichevoli, ma quando fu il momento di tesserarlo come professionista, Scarone rifiutò l'offerta per non perdere la possibilità di partecipare alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, competizione che poi l'Uruguay vinse con un suo gol nella finale bis contro l'Argentina ed eliminando in semifinale proprio l'Italia, sempre con una rete del 'Mago'.

E il paese d'origine dei suoi genitori tornò nel destino di Héctor tre anni dopo, nel 1931, quando l'Ambrosiana-Inter, reduce da un quinto posto in Serie A, decise di affidarsi ai due sudamericani Demaría e Scarone, per tornare a vincere il titolo. Erano i nerazzurri di Meazza, di Viani e di Allemandi, guidati in panchina dall'innovatore ungherese István Tóth-Potya. A Milano, da dove quasi vent'anni prima era transitato Julio Bavastro, uno dei primi uruguaiani del calcio azzurro, 'El Mago' fu rallentato dagli infortuni, ma riuscì comunque a mostrare a pubblico e avversari il suo gioco differente. Sette gol in quattordici gare, con tre gemme: la rete decisiva nello 0-1 al Genoa, realizzata al termine di un lungo coast to coast dopo aver evitato l'intera difesa del Grifone, e la doppietta contro la Lazio, messa a segno nonostante un infortunio al volto.

Gol, assist e giocate che i tifosi dell'"Arena" si poterono godere per una sola stagione, prima che 'El Mago' fosse ceduto nell'estate 1932 al Palermo, la sua seconda e ultima tappa italiana. Nel 1934 Scarone tornò in Uruguay per vestire ancora la maglia del suo Nacional nell'amato 'Gran Parque Central', uno stadio la cui tribuna est ora porta il suo nome e dove, quasi 80 anni dopo, ha chiuso la carriera un altro artista che ha unito il Celeste al Nerazzurro: Álvaro Recoba.

 

Roberto Brambilla 

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