Legends

9 giu 2022

Un racconto ricco ed emozionante, che passa dai momenti più duri a quelli più incredibili, tutto nella nuova puntata di Careers


MILANO – La storia di Cristian Chivu contiene una serie infinita di sfumature, momenti difficili e conquiste incredibili, compagni straordinari, duro lavoro, esultanze emozionanti, lotte sul campo...il tutto accompagnato da una costante: tantissima determinazione. Protagonista della seconda puntata del format di Inter TV “Careers” dedicato alle leggende nerazzurre, in onda su DAZN, Chivu si è raccontato attraverso una serie di foto che hanno ripercorso i momenti più significativi della sua carriera per arrivare fino ad oggi:

GUARDA CAREERS LEGEND CON CHIVU

«È il gol contro l’Atalanta, è stato un momento speciale, il mio primo gol con la maglia nerazzurra. L’ho aspettato tanto, lo volevo ed è arrivato poco dopo il mio infortunio alla testa, è stato un momento bello, l’abbraccio dei compagni e l’affetto dello stadio mi ha commosso. Vedere i ragazzi che venivano ad abbracciarmi e baciarmi la cicatrice, a dirmi quanto mi meritavo quel gol è stato davvero emozionante. Cosa è stata quella cicatrice? Un brutto infortunio che per fortuna ho superato in pochi mesi, niente di più o di meno. Ho sempre imparato nella vita a prendere le cose così come vengono ma anche a sapermi rialzare, alla fine quello che conta è voltare pagina e fare il tuo meglio per riprendere quello che avevi lasciato prima di un infortunio. Poi ho avuto la fortuna di essere in una società che mi ha dato tanto, a partire dal Presidente, a tutti quelli che ci lavorano che mi hanno trasmesso qualcosa. Ho avuto la fortuna di lavorare con un allenatore che ha creduto in me fin dall’inizio, che mi ha dato fiducia, che ha creduto alla mia parola quando doveva fare la lista Uefa a fine gennaio 2010, a due settimane dal mio secondo intervento: l’avevo chiesto io e avevo detto che in due mesi sarei stato in campo. Poi ho avuto compagni che mi sono stati molto vicino e mi hanno dato tanto. Sono cose che rimangono dentro, ho tutto nel cuore e nella testa...ma il caschetto non so che fine abbia fatto».

GLI INIZI...

«A 18 anni mi ero appena trasferito all’Ajax. Lì sono stato per la prima volta da solo all’estero, ero in una realtà che non conoscevo e non è stato facile ma si stava avverando un sogno, avevo la possibilità di giocare in una grande squadra, di migliorarmi e imparare quello che poi mi è servito durante la carriera. Sono stati 4 anni bellissimi, sono arrivato che ero un ragazzino e sono maturato molto. Ho avuto la fortuna di avere dei compagni che mi hanno aiutato tanto e degli allenatori che hanno creduto in me. Per responsabilizzarmi mi hanno dato la fascia di capitano, probabilmente hanno riconosciuto in me qualcosa che io ancora non riuscivo a vedere. Da giocatore sono migliorato sotto molti punti di vista, l’Ajax insegna molto sia a livello umano che professionale e anche da allenatore qualcosa mi porto dietro».

«Negli anni in cui ho indossato la maglia della Roma ho trovato in Francesco Totti un ragazzo straordinario, un leader e qualcuno che ha qualcosa di speciale dal punto di vista umano, anche per quello che rappresenta per la città e la squadra. Non litigavamo per le punizioni, i patti erano chiari, se c’era una punizione per il mio mancino battevo io. Il passaggio da Amsterdam a Roma? Cambia un po’ la cultura ma andare a vivere a Roma era un po’ come tornare alle radici, mi sono trovato bene, ho stretto tante amicizie, passato quattro anni meravigliosi, ho vinto una Coppa Italia e sono cresciuto anche lì. Ovunque vai da giocatore vivi momenti belli e brutti, bisogna saper voltare pagina e guardare a quelli che sono gli obiettivi».

«Deki è mio fratello maggiore. Abbiamo un’amicizia importante che dura anche oggi, ci siamo conosciuti da avversari però ci siamo sempre rispettati in campo, poi quando i nostri destini si sono uniti all’Inter è nata una bella amicizia. Ci sosteniamo e le nostre famiglie sono molto legate ma in generale eravamo un gruppo molto unito».

«Questa è maglia celebrativa di quelli che hanno smesso di giocare, significa far capire che facciamo parte di un concetto, di un gruppo. Io non penso troppo a quello che ho fatto da calciatore, è tutto nella memoria, ho ricordi bellissimi ma non guardo mai troppo indietro, sono sempre concentrato sul presente e sul futuro prossimo, non troppo lontano. Rimpianti? Le cose che ho fatto nella mia carriera le ho fatte rispettando me stesso, le maglie che ho indossato, le società che hanno creduto in me e mi hanno permesso di scrivere pezzi di storia. Mi sento un uomo fortunato ma non guardo mai troppo indietro anche perché ora faccio un mestiere che è talmente diverso da quello che ho fatto che non mi permette di guardare troppo a quello che facevo. Mi preoccupo di quello che ho, di quello che sto facendo e che voglio fare per farlo al meglio trasmettendo ai ragazzi qualcosa che si porteranno dietro per tutta la vita».


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