MEMORABILIA PICCHI: "ARMANDO HA LASCIATO UN SEGNO"

Puntata speciale dedicata all'indimenticato capitano della Grande Inter, Armando: "Spostarlo a giocare libero è stata un'intuizione felicissima di Herrera"

APPIANO GENTILE - Torna l'appuntamento con Memorabilia su Inter Channel. La puntata odierna è dedicata ad Armando Picchi, indimenticato capitano della Grande Inter. A ricordare eventi, partite, aneddoti e soprattutto a raccontare cosa abbia significato la sua figura nella storia dell'Inter, in studio con Alessandro Villa, c'è il figlio Leo: "È emozionante perché sono passati quasi 50 anni eppure si ricorda ancora con trasporto, emozione. Vuol dire che certamente ha lasciato un segno, che poi è la cosa più importante nella vita di un uomo".

"Mi capita di parlare con persone che lo hanno conosciuto a Livorno, a Milano, ed è una cosa molto bella".

Picchi è stato uno dei primi "liberi" moderni: "È stata un'intuizione felicissima di Herrera, quella di spostarlo da terzino a libero e lì ha potuto esprimere meglio quelle che erano le sue doti come il senso dell'anticipo e la visione di gioco".

"Mio padre ed Herrera avevano una visione molto seria e professionale del ruolo di calciatore, ma probabilmente una visione differente della vita. Mio padre era una persona sempre disposta ad aiutare gli altri, una sorta di sindacalista che discuteva i contratti anche dei compagni di squadra".

Tra i tanti aneddoti raccontati in trasmissione, quello dei festeggiamenti di Capodanno: "A letto presto e acqua minerale, sentenziò Herrera il 31 dicembre. I giocatori accesero la televisione e in collegamento c'era il Casinò di Campione d'Italia e le telecamere inquadrarono il mister. Scattò la vendetta goliardica: i giocatori svitarono le lampadine del corridoio che portava alla stanza di Herrera e lasciarono davanti alla porta i vuoi delle bottiglie, quando tornò in camera al buio il mister si sentì un fracasso tremendo. Il Mago però non fece menzione dell'accaduto il giorno dopo".

La Grande Inter finisce il suo ciclo nel 1967. Tra l'altro, Armando Picchi viene ceduto in estate: "Credo che sia stato il dolore più grande della sua carriera sportiva. Si tende a dire che la squadra fosse arrivata alla fine di un ciclo. Non sono totalmente d'accordo, era una squadra straordinaria che avrebbe potuto vincere per qualche anno ancora. Lui aveva capito che la squadra aveva bisogno di staccare per qualche giorno. A Lisbona i giocatori arrivarono psicologicamente spremuti e persero".

Dopodiché inizia la carriera da allenatore: "A Livorno fece una rimonta straordinaria e sfiorò la promozione in Serie A. A quel punto fu proposto alla Juventus e si trasferì in bianconero dove insieme ad Allodi costruì una squadra che poi nei suoi elementi principali fu ereditata da Trapattoni. Lanciò in prima squadra Bettega, Furino, Capello... probabilmente avrebbe potuto vincere molto anche come allenatore".

Il lascito di Armando Picchi è anche nella sua città, Livorno, dove gli è stato intitolato lo stadio: "Trovo sia stata una cosa molto bella fatta dal comune cittadino. È uno stadio suggestivo dove lui ha giocato più volte. Ci ho portato i miei figli, che non credevano uno stadio fosse intitolato al nonno. La Primavera ci vinse anche un torneo Viareggio, in quello stadio giocò una delle prime partite in Italia anche Lothar Matthaus".

"Ho cercato di onorare sempre la sua memoria impegnandomi sempre al massimo. È difficile da spiegare cosa provo nel mio lavoro, è un modo per continuare idealmente quello che lui ha fatto in questa società. È qualcosa che va oltre la soddisfazione per un lavoro che mi piace, è una responsabilità".


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