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La gioia di Chivu: "Una pagina importante nella storia di questa grandissima società"



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2 ore fa
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Le parole dell'allenatore nerazzurro, che ha portato l'Inter al 21.esimo Scudetto: da calciatore nerazzurro aveva sollevato tre tricolori con la maglia di questo Club


Una gioia intensa. Da calciatore aveva già assaporato questa sensazione, per tre volte campione d'Italia in maglia nerazzurra. Ora, da allenatore, un altro tricolore. Solo Armando Castellazzi ci era riuscito con l'Inter, prima da giocatore e poi da tecnico (1930 e poi 1938).

Chivu vince lo Scudetto alla sua prima stagione sulla panchina nerazzurra, altro traguardo storico. Al termine di Inter-Parma, una gioia infinita, nella festa Scudetto che si scatena a San Siro.

“Ero nella storia dell'Inter anche prima di questo Scudetto (ride, ndr). Sono contento per questi giocatori, per la società e i tifosi, perché hanno dovuto subire un po' la narrazione e gli sfottò di chi ha sempre cercato di denigrare il lavoro che avevano fatto. La squadra è stata brava a rimboccarsi le maniche, rinascere e trovare la motivazione giusta per fare una stagione competitiva. Ce l'hanno fatta e sono contento per loro: il ventunesimo scudetto è una pagina importante nella storia di questa grandissima società. Sono felice come quando ho vinto da giocatore, anche se lì ero più giovane con i capelli più lunghi e un po' meno bianchi. Stasera volevo essere bello per le interviste. Per dovere, per obbligo, per quello che rappresenta questa società dovevamo essere competitivi. Una stagione è fatta di alti e bassi, è una maratona in cui alla fine vince chi è più costante e che fa più punti. Per fortuna ce l'abbiamo fatta noi, dando continuità a quanto di buono abbiamo fatto dall'inizio, nonostante qualche partita persa, ma abbiamo saputo reagire e rialzarci, mantenendo in mente quello che era il nostro obiettivo. Tra gennaio e febbraio abbiamo capito che eravamo davvero competitivi e potevamo farcela, abbiamo superato momenti difficili come l'eliminazione in Champions e la sconfitta nel derby, e siamo rimasti in piedi per essere competitivi fino in fondo. Sono felice, sono contento per i giocatori ed è giusto che siano in campo a sentire l'affetto e l'amore dei tifosi. Devono festeggiare e godersi questo momento. Io a un certo punto sono andato in spogliatoio a fumare una sigaretta, chiedo scusa se lo dico. Vanno dati meriti anche alla società, che ha cercato sempre di confortarci e di darci ciò che ci serviva nelle difficoltà, questi giocatori se lo meritano per davvero. Io non parlo di me, umanamente sono atipico. Qualche anno fa ho dovuto parlare con me stesso per una questione di vita o di morte e lì ho perso l'ego. Io cerco di essere la mia miglior versione, cerco di aiutare questi ragazzi che a volte hanno bisogno di un bastone e altre di una carota, e cerco di capire i momenti per l'esperienza che mi sono costruito negli spogliatoi nella gestione di un gruppo, e di non ripetere gli errori che ho fatto io da giocatore. Ho voluto fare l'allenatore a modo mio, cercando di essere empatico, umano, e non pensare a me stesso e al consenso di qualcuno che è fuori. Penso a chi mi vuole bene e a dare il massimo per la squadra e i tifosi. Essendo allenatore so che sono sempre a rischio e devo accettarlo col sorriso e la consapevolezza che anche se le cose non vanno bene devo sempre fare del mio meglio. A livello di gioco volevamo sempre essere propositivi, poi a seconda dell'avversario dovevamo fare degli aggiustamenti: doppio play, fare qualche rotazione in più, fare appoggi quando le squadre venivano a prenderci. Bisogna sempre capire i momenti della partita, adattarsi e capire quello che vuole fare l'avversario. I miei predecessori hanno fatto un grandissimo lavoro, perché questi ragazzi hanno ottime conoscenze sul gioco e per me è stato semplice adeguarmi alle partite. Sono i bravi giocatori che fanno vincere i titoli agli allenatori, che ti fanno realizzare i sogni. Dai miei rivali invece ho solo da imparare, perché hanno vinto moltissimo e fatto la storia del calcio.”

Cristian Chivu


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